LEZIONE 60


Multinazionali e delocalizzazione

Le aziende con uffici e stabilimenti in almeno due Paesi diversi si definiscono multinazionali. Il trasferimento di parte o dell’intera produzione all’estero viene denominato delocalizzazione e ha lo scopo di diminuire le spese e di proporre sul mercato manufatti a prezzi sempre più bassi. 


Le multinazionali

A partire dagli anni Novanta, la globalizzazione ha favorito un nuovo processo mondiale la cui caratteristica fondamentale è l’interdipendenza economica, sociale e culturale di ogni zona del mondo, per cui tutto è strettamente connesso e in un certo senso vicino. La globalizzazione si basa sulla liberalizzazione della produzione, favorita dalla libera circolazione di beni e servizi, dalla crescita dei mercati finanziari e dalla possibilità di dislocare ovunque vari processi produttivi, grazie anche alla facilità dei collegamenti. In questo contesto si affermano le multinazionali, grandi società con il centro direttivo in un unico Paese e le attività produttive e commerciali dislocate in altri Paesi. Le multinazionali sono oggi gruppi industriali enormi e molto diffusi, la cui sede si trova generalmente nei Paesi occidentali, ma gli impianti produttivi sono spesso collocati nei Paesi di altri continenti, specie asiatici, sudamericani e africani.


La delocalizzazione industriale: primo modello

È il caso delle aziende che mantengono la sede principale in Europa occidentale, dove lavorano contabili, progettisti, impiegati, ma trasferiscono completamente i propri stabilimenti produttivi in altri Paesi (in particolare dell’Europa orientale o dell’Asia), dove il costo del lavoro è più basso. Si tratta soprattutto di aziende di abbigliamento, calzature, elettronica e prodotti alimentari. Consideriamo l’esempio di una ditta italiana di abbigliamento: i dirigenti lavorano in Italia, dove gli stilisti e i tecnici disegnano i modelli e stabiliscono i colori e i materiali, poi spediscono i progetti agli stabilimenti in Europa orientale o in Estremo Oriente (Cina, Malaysia, Vietnam), nei luoghi in cui si realizzano concretamente i prodotti.


La delocalizzazione industriale: secondo modello

È il caso delle aziende che trasferiscono solamente una parte della produzione, per poi assemblare in un secondo momento i pezzi fabbricati nei diversi luoghi. Questo modello è diffuso, per esempio, tra le aziende meccaniche, nelle quali gli industriali affidano a più aziende specializzate situate in vari Paesi il compito di produrre le parti di un’automobile o di un aereo, per poi trasferirle nello stabilimento principale dove verrà assemblato il prodotto finale. Anche le aziende alimentari utilizzano questo modello per lavorare le materie prime vicino ai luoghi di produzione: se il grano di un pastificio è coltivato in Ucraina, l’industria costruisce i mulini in quel Paese per poi trasportare in patria la farina pronta per essere lavorata.



La delocalizzazione industriale ha comportato la progressiva chiusura di molti stabilimenti produttivi e, di conseguenza, il licenziamento di numerosi lavoratori. Queste crisi occupazionali, con la perdita di migliaia di posti di lavoro, sono il sintomo della ristrutturazione in atto del sistema economico europeo, che da industriale si sta trasformando sempre più in un sistema basato sui servizi e altamente informatizzato.


I rapidi cambiamenti tecnologici richiedono ai lavoratori e alle persone in cerca di lavoro una maggiore flessibilità e una sempre maggiore disponibilità verso una formazione continua e permanente.